Riflessione di Sua Eminenza il Cardinale Claudio Gugerotti, Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, durante i Vespri secondo la liturgia armena nella Basilica Vaticana nella memoria liturgica di San Gregorio di Narek, Dottore della Chiesa

 

 

Oggi celebriamo la festa di Gregorio di Narek, colui che si leva, il veggente. Sono infinite le ragioni per cui la Chiesa cattolica ha voluto che fosse proclamato Dottore. Dottore è una parola impegnativa, nobile per gli armeni. Vardapet è anzitutto il Cristo; ma lo è anche chi ha assaporato e scavato con santità la dottrina e, dunque, nella Chiesa ha un suo posto non inferiore a quello dei Vescovi.

Oggi vorrei dire una di queste ragioni, dire che Gregorio è Dottore perché è il compendio degli estremi, l’urlo dalle profondità dell’angoscia dell’anima come della terra, dell’animale come dell’angelo. Eppure, a un tempo, cantore innamorato della salvezza nelle sue odi e nei suoi inni, in cui le rose, i fiumi scintillanti, le stelle e le albe tenere sono un continuo canto di lode per la “buona novella” che insistentemente invoca proprio in una delle sue odi. È la buona novella, che ha trasfigurato il mondo, e, nello stesso tempo, ha rivelato la volontà originaria del creatore, quando le tenebre del peccato non dicevano che “notte”.

Si dice che gli orientali amino il paradosso, che nella loro preghiera vi sia il fuoco dell’inferno che invoca la rugiada, come invano fa il ricco con Lazzaro nel seno di Abramo. Dalla visione degli inferi essi invocano la salvezza eterna ed esprimono senza posa la gratitudine per la salvezza donata da Dio in assoluta gratuità.

In questo senso, Gregorio di Narek porta al massimo questa apparente, inconciliabile contrapposizione ed è dunque sintesi del sentire dell’Oriente cristiano.

A lui affidiamo le domande lancinanti di chi cerca il senso della vita e, annaspando, sa raccogliere soltanto lo scarto della natura e della vita; lo preghiamo per i disperati e soprattutto per gli accidiosi, i pigri depressi che abitano le contrade del nostro mondo. Essi oggi lo invocano per il non senso che egli ha saputo cantare con ineffabile intensità. Doni a loro, e cioè a ciascuno di noi, figli di questo tempo, anche solo il barlume della luce dell’alba che anima spesso i suoi canti liturgici.

Oggi lo preghiamo per il suo popolo, voce di martirio, eppure cantore di idilli; un popolo oggi ferito da una rete di miserabili contrapposizioni che vogliono sdilinquire il paradosso e ridurlo a propaganda; tacciano gli insulti che tolgono la complessità della contraddizione per farne semplicemente un grido belluino di guerra. Solo la pubblicità vende prodotti che presenta senza difetto. La Chiesa è sgabello per i piedi sulla terra, scrive Gregorio in una sua litania, ma anche trono in cielo.

Signore, salva questo popolo che ha saputo amare e banchettare, ha saputo soffrire e morire nella speranza di una visione d’idillio anticipata, che è la certezza della fede. Signore, non si dica incompossibile la complessità delle viscere umane, capaci di lancinante sanguinamento e, ad un tempo, custodia al parto di nuove vite. Tra il popolo armeno si continui ad accettare la contraddizione dell’esistenza e, ad un tempo, la gioia dell’essere salvati dall’amore divino, senza separarne gli estremi, come neppure Dio ha fatto.

Gregorio ha cantato tutto questo in modo inimitabile. Egli ci liberi da ogni semplificazione retorica dell’esistenza umana, che la fa diventare un piccolo oggetto da mercato di provincia e non il canto epico di chi non la forza ha brandito, ma solo l’umiltà di essere “libro che respira” (mateans šnč’akans), come definì sé stesso, identificandosi col suo “libro del lamento”, pronunciato come voce dell’intera umanità.