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DICHIARAZIONE COMUNE DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
E DI SUA GRAZIA ROBERT RUNCIE, ARCIVESCOVO DI CANTERBURY

2 ottobre 1989

 

Dopo aver pregato insieme nella Basilica di san Pietro e nella chiesa di san Gregorio, da dove sant’Agostino di Canterbury fu inviato da Papa san Gregorio Magno in Inghilterra, noi, Papa Giovanni Paolo II, Vescovo di Roma e sua grazia Robert Runcie, Arcivescovo di Canterbury ci incontriamo ancora per pregare insieme e per dare nuovo impulso alla missione di riconciliazione del Popolo di Dio, in un mondo diviso e torturato, e per riconsiderare insieme gli ostacoli che ancora si frappongono ad una più stretta comunione tra la Chiesa cattolica e la comunione anglicana.

Il nostro comune pellegrinaggio alla chiesa di san Gregorio, storicamente legata alla missione di sant’Agostino di battezzare l’Inghilterra, ci ricorda che il compito della Chiesa altro non è che quello di evangelizzare tutte le genti, tutte le nazioni, tutte le culture. Rendiamo grazie insieme per la disponibilità e l’apertura con le quali è accolto il Vangelo, come è specialmente evidente nelle terre in via di sviluppo, dove le giovani comunità cristiane abbracciano gioiosamente la fede in Gesù Cristo, dando con vigore a costo di grandi sacrifici la loro testimonianza al Vangelo del Regno. La Parola di Dio è accolta “non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio” (1 Ts 2, 13). Ora che ci apprestiamo a vivere gli ultimi dieci anni del secondo millennio trascorso dalla nascita di Cristo, preghiamo per una nuova evangelizzazione attraverso tutto il mondo, e più che mai nel continente di san Gregorio e di sant’Agostino dove il processo in atto di secolarizzazione della società intacca il linguaggio della fede e sfigura la natura spirituale del genere umano.

In tale prospettiva deve essere considerata l’urgente ricerca dell’unità dei cristiani. Nostro Signore Gesù Cristo, infatti, ha pregato per l’unità dei suoi discepoli “perché il mondo creda” (Gv 17, 21). Inoltre la divisione dei cristiani ha di per sé contribuito alla tragedia della divisione umana così come essa appare in tutto il mondo. Noi eleviamo le nostre preghiere per la pace e per la giustizia, specie per quei luoghi dove ci si vale delle differenze religiose per acuire i conflitti tra comunità di fede.

Nel contesto di umana discordia, il difficile cammino dell’unità cristiana deve essere continuato con determinazione e vigore, qualsiasi siano gli ostacoli che sembrano sbarrare la via. Noi vogliamo in questa circostanza rinnovare solennemente il nostro impegno e quello di coloro che rappresentiamo, per il ristabilimento dell’unità visibile e della piena comunione ecclesiale, nella certezza che aspirare ad un traguardo più modesto sarebbe tradire la volontà di unità di nostro Signore per il suo popolo.

Ciò non significa sminuire le difficoltà che il nostro dialogo affronta in questo tempo. Quando nel 1982, istituimmo la seconda commissione internazionale tra la Chiesa cattolica e la comunione anglicana a Canterbury, eravamo ben consapevoli che il suo compito sarebbe stato tutt’altro che facile. Le convergenze raggiunte dal rapporto finale della prima commissione cattolico-anglicana sono state ora felicemente accettate dai Vescovi della comunione anglicana riuniti nella conferenza di Lambeth. Tale rapporto è attualmente allo studio della Chiesa cattolica nell’intento di dare una risposta. D’altra parte, la questione e la pratica dell’ammissione di donne al sacerdozio ministeriale in alcune province della comunione anglicana si frappongono alla nostra riconciliazione, sebbene si riscontri un progresso verso un accordo nella fede sul significato dell’Eucaristia e del ministero ordinato. Questa differenza nella fede è il riflesso di importanti differenze ecclesiologiche e noi sollecitiamo i membri della commissione mista internazionale cattolico-anglicana e tutti coloro che sono impegnati con la preghiera e con l’azione al raggiungimento dell’unità visibile, a non sminuire tali differenze. Allo stesso tempo, li sollecitiamo a non perdere la speranze e a non abbandonare l’azione in favore dell’unità. Quando fu istituito qui a Roma, nel 1966, il nostro dialogo, dai nostri venerati predecessori Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Michael Ramsey, nessuno poteva chiaramente scorgere come le divisioni ereditate da un lungo passato avrebbero potuto essere superate e come si sarebbe potuta raggiungere l’unità nella fede. Nessun pellegrino conosce, prima di iniziare il cammino, quante tappe esso comporterà. Sant’Agostino di Canterbury partì da Roma con il suo manipolo di monaci verso una terra remota. Eppure, Papa Gregorio ebbe a scrivere subito dopo del Battesimo degli Inglesi e dei “grandi miracoli . . . che sembravano imitare la potenza degli Apostoli” (S. Gregorii Magni, Epistula ad Eulogium Alexandrinum). Pur non vedendo noi stessi una soluzione a questo ostacolo, confidiamo che grazie al nostro impegno nei confronti di questa questione, il nostro dialogo ci condurrà ad una più profonda e più vasta comprensione. Nutriamo questa fiducia perché Cristo ha promesso che lo Spirito Santo, che è Spirito di verità, rimarrà con noi per sempre (cf. Gv 14, 16-17).

Incoraggiamo anche il nostro clero e i nostri fedeli a non negligere né a sottovalutare il fatto che noi già condividiamo una certa comunione, anche se imperfetta. Questa comunione che noi già condividiamo si fonda sulla fede in Dio, nostro Padre, nel nostro Signore Gesù Cristo e nello Spirito Santo; sul nostro comune Battesimo in Cristo; sulle Sacre Scritture, sul Credo degli apostoli e di Nicea; sulla definizione di Calcedonia e sull’insegnamento dei padri; sulla nostra comune eredità cristiana durante molti secoli. Tale comunione deve essere curata con amore e custodita, a mano a mano che cerchiamo di crescere verso la più piena comunione che è volontà di Cristo. Persino negli anni della nostra separazione abbiamo potuto riconoscere in ciascuno dei doni dello Spirito. Il cammino ecumenico non tende soltanto a rimuovere gli ostacoli; esso è anche condivisione di doni.

In questo nostro incontro di oggi, portiamo nel cuore anche quelle Chiese e comunità ecclesiali con le quali intratteniamo un dialogo. Come abbiamo affermato in passato a Canterbury, il nostro intento tende al compimento della volontà di Dio per l’unità visibile di tutto il suo Popolo.

Né la volontà di unità di Dio deve intendersi limitata esclusivamente ai cristiani. L’unità cristiana è invocata perché la Chiesa possa essere un segno più efficace del Regno di Dio che è regno d’amore e di giustizia per tutta l’umanità. Infatti, la Chiesa è il segno e il sacramento di quella comunione in Cristo che è la volontà di Dio per tutta la sua creazione.

Questa visione sollecita alla speranza e alla paziente determinazione, non alla dispersione e al cinismo. Poiché tale speranza è un dono dello Spirito Santo, noi non saremo delusi: “A colui che in tutto ha potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen” (Ef 3, 20-21).

 

Dal Vaticano, 2 ottobre 1989

 

ROBERT CANTUAR.

IOANNES PAULUS PP. II

 

[https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1989/october/documents/hf_jp-ii_spe_19891002_dichiaraz-comune.html]