Omelia durante la celebrazione dei Vespri
in commemorazione dei martiri copti ortodossi

 

Basilica di San Pietro, Roma, 15 febbraio 2024

 

IL MARTIRIO CRISTIANO, SOMMO ATTO D´AMORE

 

Gesù Cristo, il primo martire

Gesù non chiama i suoi discepoli servi, ma li chiama amici. Questo è il dono prezioso che Gesù fa ai suoi discepoli. Concede loro un simile dono non solo a parole, ma pagando con la propria vita, donando se stesso per loro, sulla croce: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13), In questa frase è condensato il mistero profondo del martirio cristiano.

Ciò vale innanzitutto per Gesù Cristo stesso, il quale non ha risposto con la violenza e con la vendetta alla violenza subita, ma ha trasformato la violenza in amore per noi uomini. L’unica vendetta che Gesù conosce è la croce, ovvero il rifiuto categorico della violenza e l’amore fino alla fine. Gesù Cristo è il Buon Pastore che non rinuncia alla ricerca amorevole di coloro che si sono smarriti neanche quando le forze del male divampano nelle persone e colpiscono fatalmente lo stesso Buon Pastore. Sulla croce, Gesù Cristo, il Buon Pastore, si è fatto egli stesso agnello, si è schierato dalla parte degli agnelli maltrattati e li ha redenti. In nessun luogo il suo amore si manifesta così concretamente e così profondamente come sulla croce; la croce è la conseguenza più radicale del suo amore per noi esseri umani.

La croce di Gesù mostra chiaramente che l’amore non può esistere senza l’investimento della propria vita a favore degli altri, e testimonia ciò che la fede cristiana intende per sacrificio. Il vero sacrificio di Gesù Cristo non consiste nel sacrificio di animali o nell’offerta di beni materiali a Dio, ma risiede nel dono di sé da parte del Figlio al Padre, per noi uomini. Non poteva essere sufficiente che Gesù offrisse a Dio cose materiali: animali o altri doni, come avveniva nel Tempio di Gerusalemme. Gesù non ha offerto nulla se non se stesso. Per questo è diventato il nuovo Tempio e ha introdotto nel mondo una nuova forma di culto, realizzandola sulla croce tramite il dono della sua vita per noi.

Questa nuova liturgia è il sacrificio che Gesù ha compiuto non solo per mostrarci il suo amore a parole, con dichiarazioni astratte, ma per farci sperimentare il suo amore, che è senza limiti, nel dono della sua vita. La croce è la manifestazione del più grande amore di Gesù; essa mostra che Gesù Cristo è il primo martire, e dunque il vero amico dell’uomo.

 

Il martirio come partecipazione al mistero pasquale di Cristo

La passione di Gesù è il primo martirio e, allo stesso tempo, è il modello esemplare del martirio dei cristiani che vivono nella sua sequela e donano la propria vita per amore di Lui, avendo così parte al suo martirio. Il martirio originale di Gesù mostra cosa è un martire nello spirito cristiano. Come Gesù si è conformato interamente alla volontà del Padre celeste per noi uomini e ha dato la vita sulla croce a motivo del suo amore infinito per noi, così anche il martire cristiano non cerca il martirio, ma se il martirio giunge in maniera inevitabile lo prende su di sé, come conseguenza della lealtà alla sua fede.

Pertanto, il fatto di essere uccisi non costituisce in sé il martirio secondo la tradizione della Chiesa cattolica. Non è la morte in sé a fare del cristiano un martire, ma è piuttosto il suo intento e quindi la sua disposizione interiore, come ha notato sant’Agostino: “Christi martirem non facit poena, sed causa”. Se per il martirio cristiano prendiamo come esempio Gesù Cristo, allora il suo segno distintivo sarà l’amore. Il martire mette in pratica la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte. Il martirio cristiano si rivela il sommo atto di amore verso Dio e verso i fratelli e le sorelle nella fede, come sottolinea il Concilio Vaticano II: “il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità.”[1]

I martiri copti ortodossi, che sono stati uccisi crudelmente in Libia il 15 febbraio 2015 e che oggi ricordiamo con gratitudine per la loro testimonianza di fede, hanno testimoniato ciò con il sacrificio della loro vita. Così facendo, hanno richiamato alla mente anche una realtà che tendiamo a dimenticare o addirittura a reprimere, ma che Gesù aveva chiaramente predetto: “Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Secondo queste parole di Gesù, dobbiamo realisticamente presupporre che la sequela di Gesù Cristo può comportare il martirio, come più alta testimonianza dell’amore. I martiri della Chiesa non sono un fenomeno marginale, ma costituiscono il suo fulcro fondamentale.

Il martirio è un aspetto essenziale del cristianesimo. Questa convinzione si è rivelata vera ripetutamente nel corso della storia della Chiesa. Ciò si riconferma anche nel mondo odierno, dove si contano addirittura più martiri rispetto al tempo delle persecuzioni dei cristiani nei primi secoli. L’ottanta per cento di tutti coloro che oggi sono perseguitati a causa della loro fede sono cristiani. Attualmente, la fede cristiana è la religione più perseguitata. La cristianità è diventata ancora una volta una Chiesa martire, in misura incomparabile.

 

L’ecumenismo dei martiri

Papa Giovanni Paolo II ha messo in evidenza questa realtà in modo pregnante quando, nel Giubileo dell’Anno 2000, di fronte al Colosseo di Roma, luogo storicamente simbolico, alla presenza di alti rappresentanti di diverse Chiese e Comunità ecclesiali cristiane, ha tenuto una celebrazione ecumenica per commemorare i martiri del XX secolo e per ascoltare le loro testimonianze di fede. Questa celebrazione ha mostrato chiaramente che oggi tutte le Chiese e Comunità ecclesiali cristiane hanno i loro martiri. I cristiani oggi non sono perseguitati perché appartengono a una particolare comunità di fede cristiana, ma perché sono cristiani. Il martirio è ormai ecumenico, tanto che si deve parlare di un vero e proprio ecumenismo dei martiri, come ha osservato esplicitamente Papa Giovanni Paolo II: “La testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti[2].

Nell’ecumenismo dei martiri, Papa Giovanni Paolo II aveva già ravvisato una fondamentale unità tra noi cristiani e aveva sperato che i martiri potessero aiutare la cristianità a ritrovare la piena comunione. I martiri sono infatti “la prova più significativa che ogni elemento di divisione può essere trasceso e superato nel dono totale di sé alla causa del Vangelo”[3]. Come la Chiesa primitiva era convinta che il sangue dei martiri sarebbe stato seme di nuovi cristiani, così anche oggi possiamo nutrire la speranza nella fede che il sangue di tanti martiri del nostro tempo possa un giorno rivelarsi seme di piena unità ecumenica del Corpo di Cristo, ferito da così tante divisioni. In fondo, nel sangue dei martiri – possiamo esserne certi – siamo già diventati una cosa sola.

L’ecumenismo dei martiri ci pone anche difronte a una grande sfida, che Papa Francesco ha riassunto nella memorabile frase: “Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?” [4] Di fatti, la sofferenza di così tanti cristiani nel mondo odierno costituisce un’esperienza comune che ci aiuta ad avvicinarci gli uni agli altri. E la comunione dei martiri parla senza dubbio in maniera più eloquente delle divisioni che ancora oggi ci dividono.

In questo spirito di ecumenismo del sangue, Papa Francesco ha sempre considerato molto importante la testimonianza dei martiri copti ortodossi. Includendoli nel Martirologio Romano come “segno della comunione spirituale che unisce le nostre due Chiese”, egli ha voluto mostrare che i martiri copti ortodossi sono testimoni della fede anche nella Chiesa cattolica, e che dunque sono anche i nostri martiri.

Grati per la promessa confortante di una profonda comunione nella fede, e riconoscenti in particolare per la grande testimonianza di fede dei fratelli copti, chiediamo a questi martiri di intercedere in cielo per noi e per le nostre Chiese e di rafforzarci nella fede. Il termine “martire” deriva dal greco “martys”, e significa “testimone”. Essendo tutti chiamati a testimoniare la fede con la parola e con la vita, abbiamo bisogno di ogni incoraggiamento che possiamo ricevere dalla testimonianza dei martiri, e oggi, in particolar modo, dei martiri copti ortodossi. Amen.

 

 

 

[1] Lumen gentium, n. 42.
[2] Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, n. 37.
[3] Giovanni Paolo II, Ut unum sint, n. 1.
[4] Francesco, Discorso al Movimento del Rinnovemento nello Spirito, il 3 luglio 2015.