LA PREGHIERA COME LINGUA DELLA SPERANZA NELLA FEDE VISSUTA CON LO SPIRITO DI UN BAMBINO

 

Omelia nella celebrazione eucaristica in occasione dell’Inaugurazione dell’Anno Accademico alla Pontificia Facoltà Teologica Theresianum a Roma,
il 14 ottobre 2022

 

Kurt Cardinale Koch

 

Il bambino come modello del cristiano

In ogni epoca gli uomini hanno scelto modelli per trovare un orientamento nella loro vita. Dai modelli che una persona sceglie si può capire il modo in cui essa concepisce sé stessa. I modelli oggi più diffusi sono per lo più personaggi di successo, che hanno realizzato qualcosa nella loro vita: negli affari, nella politica, nella cultura, nello spettacolo, nello sport e spesso anche nella Chiesa. Per sapere precisamente chi svolge la funzione di modello nella società odierna, basta guardare gli spot quotidiani in televisione. Vengono lodati, quasi osannati, coloro che hanno conseguito fama e successo. In questa atmosfera socialmente malsana, chi penserebbe di scegliere un bambino come modello per la propria vita?

Ma questo è esattamente ciò che ha fatto santa Teresa di Lisieux, che non solo ha portato per tutta la vita il nome “del bambin Gesù”, ma ha anche vissuto davanti a Dio nello stesso atteggiamento di fondo che avrebbe un bambino, ha percorso il piccolo cammino dell’essere bambini, e ha testimoniato il mistero dell’essere bambino di Gesù. L’agiografo svizzero Walter Nigg vedeva giustamente in questo approccio alla vita da bambina di santa Teresa “un’incisiva illustrazione della Parola di Gesù difficile da adempiere: ‘Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli’ ( Mt 18, 3).” Lo stesso si può dire della grande Teresa d’Avila, in memoria della quale celebriamo oggi la Messa votiva. Nella sua profonda convinzione di fede che “Dios basta”, ella ha esemplificato cosa significa vivere nella grazia di Dio in ogni cosa. In tal modo, non solo ha testimoniato il primato dell’amore di Dio per noi uomini sul nostro amore per Dio e per il prossimo, ma ha anche vissuto in anticipo l’intesa ecumenica tra l’atteggiamento di fede protestante e quello cattolico.

Le due Terese sono straordinarie e credibili esegete del Vangelo di Gesù Cristo, e ci aiutano a capire il motivo per cui Gesù ha posto proprio un bambino davanti ai suoi discepoli come modello di fede. Gesù ovviamente sa quale messaggio porta in sé un bambino e vuole trasmetterlo a noi adulti. Nell’esperienza umana, un bambino è caratterizzato dall’essere totalmente dipendente dagli altri. Il bambino è quell’essere umano che emette come primo suono nella vita un forte pianto, che nasce al mondo con le lacrime e il cui primo gesto è tendere le manine in cerca di protezione e di sicurezza. Un bambino è, in modo radicale, povertà, impotenza e dipendenza. Il bambino vive letteralmente a carico di altre persone. In questa povertà del bambino, però, si cela una grande ricchezza. Naturalmente, essa non risiede principalmente in ciò che il bambino potrebbe insegnare e mostrare. Piuttosto, la sua ricchezza consiste nel fatto che gli altri sono toccati dalla sua povertà e dipendenza, e si rivolgono a lui con amore. Per questo il bambino è anche caratterizzato dal fatto che può meravigliarsi di cuore.

 

La fede del bambino come approccio di fondo

La fede cristiana riprende e approfondisce l’esperienza umana della dipendenza. Di fatti, la ricchezza che si cela nell’approccio alla vita tipico di un bambino viene alla luce nella maniera più chiara e più bella proprio nel rapporto tra noi esseri umani e Dio. Davanti a Dio, noi uomini possiamo sperimentare noi stessi come bambini, perché dipendiamo completamente da lui e a lui dobbiamo la nostra vita fino all’ultima fibra. Siamo radicalmente dipendenti da Dio e dalla sua grazia amorevole, e questa è la verità centrale della vita umana. Tale dipendenza non è però umiliante, perché prende la forma dell’amore e della grazia.

Noi cristiani sperimentiamo la dipendenza nell’amore soprattutto nella preghiera, nella quale esprimiamo e dimostriamo la nostra natura di bambini. Quando preghiamo, infatti, “facciamo” qualcosa che in linea di principio non saremmo in grado di fare. Ciò che accade nella preghiera non nasce dal nostro operare, ma dall’azione di Dio in noi. La preghiera, che certamente è “fatta” da noi esseri umani dal punto di vista empirico, ci ricorda che non tutto è fattibile nella vita umana. Il contributo umano nella preghiera consiste nell’essere disposti a farci aiutare. La preghiera ci mostra in maniera più chiara che noi cristiani non dobbiamo guardare – e tanto meno dobbiamo farlo nella Chiesa – solo a ciò che è visibile e fattibile, pianificabile e realizzabile, e su di esso costruire, ma dobbiamo affidarci all’opera misteriosa e non strumentalizzabile dello Spirito Santo, e allo Spirito Santo lasciare spazio.

 

La lettura odierna dalla Lettera dell’apostolo Paolo ai Romani ci ricorda che, secondo la Scrittura, la preghiera è animata dallo Spirito Santo e ne è anche uno dei frutti più belli: “Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). In questo senso, non siamo noi uomini in realtà a pregare. Piuttosto, è lo Spirito Santo che prega dentro di noi. Egli è la vera guida della preghiera in noi. E la preghiera è il respiro della fede, possibile solo per la potenza dello Spirito Santo. Come dice in maniera molto bella il teologo riformato Oscar Cullmann, la preghiera è uno dei “grandi doni dell’amore di Dio per noi esseri umani”[1].

 

La preghiera come speranza nel compimento

La preghiera è possibile solo nell’approccio alla vita tipico di un bambino, che Gesù pone davanti ai nostri occhi come modello. La preghiera incoraggia noi cristiani a non comportarci in modo pretenzioso e a non crederci troppo buoni, affinché possiamo presentare la nostra vita di cristiani davanti a Dio così come è. Se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che la nostra vita consiste essenzialmente nell’essere dipendenti da altri, nell’aver bisogno di aiuto e quindi nel mendicare. La parte senza dubbio primordiale della preghiera è il grido di S.O.S., la richiesta di aiuto nel senso originario della parola: “Save our souls”. In fondo, pregare non significa altro che riconoscere la nostra povertà e metterla interamente nelle mani di Dio. “L’uomo è un mendicante di Dio”, diceva giustamente sant’Agostino.

Ciò che dobbiamo e possiamo chiedere più profondamente nella nostra preghiera ci viene mostrato nel vangelo, e più precisamente nella risposta di Gesù alla Samaritana: “chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Noi esseri umani siamo creature molto assetate: abbiamo sete di vita, sete di senso e sete di amore, in breve: sete di quella vita eterna che l’acqua di Gesù Cristo ci dona. Il vangelo di oggi ce lo mostra in modo molto bello e profondo: il Gesù umano, che ebbe sete dopo il lungo viaggio attraverso la Samaria e chiese acqua alla Samaritana presso il pozzo di Giacobbe, diventa lui stesso colui che può maggiormente dissetare, sorgente spumeggiante di acqua viva per noi uomini, e lo diventa sulla croce. Sulla croce ha origine quella fonte preziosa che, scaturita dal costato aperto del Signore, scorre attraverso tutta la Chiesa nei sacramenti.

Ogni preghiera cristiana sfocia nella richiesta di quest’acqua, affinché essa diventi anche per noi una sorgente spumeggiante. Ciò mostra che la preghiera è l’espressione e la lingua della nostra speranza più profonda. Dobbiamo questa importante intuizione soprattutto a san Tommaso d’Aquino, il cui trattato sulla speranza si presenta come un’interpretazione della preghiera del Signore; là si osserva in maniera pregnante che la preghiera è l’autentica lingua e la credibile interpretazione della speranza[2]. Il fatto che preghiera e speranza siano inscindibilmente legate si manifesta soprattutto nella preghiera di supplica, che trae nutrimento dalle stesse radici della preghiera di ringraziamento, ovvero dal fondamentale riconoscimento del bisogno umano e della dipendenza umana dall’acqua preziosa che disseta definitivamente. La gratitudine è in fondo l’altra faccia del fatto che nulla nella nostra vita può essere dato per scontato. La preghiera ci invita a rendere grazie a Dio per tutto, e a trovare un motivo di gratitudine anche per ciò che troviamo difficile e opprimente. Chi ne prende coscienza e ne coglie tutta la portata, sarà da un lato reso consapevole del suo bisogno e dall’altro mosso alla gratitudine.

 

Il potere della preghiera nella spiritualità carmelitana

Tutto ciò ci è stato mostrato dai grandi santi della comunità carmelitana. San Giovanni della Croce ha vissuto intensamente la notte oscura della fede, e in essa la comunione con Cristo soprattutto come comunione con le tenebre, come discesa di Cristo nella notte. Santa Teresa d’Avila, nel rinnovamento spirituale del Carmelo, non ha solo sperimentato gratitudine, ma ha anche incontrato dure prove e tentazioni. Infine, la piccola Teresa di Lisieux ha sofferto immensamente, non solo per la grave malattia della tubercolosi, ma anche e soprattutto per Dio stesso, poiché la sua fede fu messa alla prova da terribili tentazioni, soprattutto negli ultimi due anni della sua vita, fino alla morte. Nel sopportare con amore tali difficili esperienze, questi santi hanno testimoniato la forza della preghiera, quando si realizza nella convinzione della fede che “Dios basta” e che “solo l’amore conta”.

In questo modo, i santi carmelitani sono diventati per noi autentici testimoni delle sorgenti di acqua zampillante, capaci di rafforzare la nostra speranza in quell’acqua di Gesù Cristo che ci dona la vita eterna. Rendere ragione di questa speranza nella Chiesa e nella società di oggi, e fare ciò che la prima lettera di Pietro ci esorta a fare “con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3,16), è un compito importante della teologia, soprattutto se attinta dalle fresche fonti della tradizione carmelitana e se animata dalla fede che ha un bambino davanti a Dio, e quindi dal desiderio espresso dalla Samaritana: “Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete” (Gv 4,15a).

 

Lettura:   Romani 8,14-17. 26-27
Vangelo: Giovanni 4,5-15°

 

 

 

 

[1] O. Cullmann, Das Gebet im  Neuen Testament. Zugleich Versuch einer vom Neuen Testament aus zu erteilenden Antwort auf heutige Fragen (Tübingen 1994) 180.

 

 

[2] Tommaso d’Aquino, S. Th. II – II qu 17 a 4.